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GIULIO ANDREOTTI, IL GRANDE TESSITORE

Giulio Andreotti, il grande tessitore
Pubblicato lunedì 20 aprile 2009 in Inghilterra dal “The Guardian”
Traduzione e pubblicazione in italiano a cura di Italia Dall’Estero
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Giulio Andreotti, sei volte Presidente del Consiglio dei Ministri, disse una volta che “il potere logora chi non ce l’ha”. Dal resoconto della sua carriera politica nel capolavoro di Paolo Sorrentino, “Il Divo”, la prospettiva di perdere il potere ha quasi distrutto proprio Don Giulio.

Il film è stato un successo inatteso sia per la critica che per il pubblico cinematografico. Da una parte è una carrellata lungo le postille degli scandali della Prima Repubblica, affondata sotto il peso schiacciante delle tangenti e della corruzione a tutti i livelli di governo durante gli scandali di “tangentopoli” nei primi anni ‘90. La più duratura figura della politica italiana tra il 1946 e 1992 è stata Andreotti, il quale ebbe più di 40 incarichi ministeriali oltre ai suoi sei mandati come Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi.

Adesso ha 90 anni e siede ancora in Parlamento a Roma come senatore a vita, nonostante sia stato sotto processo per associazione mafiosa e per aver ordinato l’uccisione di un giornalista. La sua presenza, un incrocio tra il fantasma di Banquo ed il Joker di Jack Nicholson, infesta la vita politica italiana. Il suo aforisma sul potere è l’indizio per capire quest’uomo e la cultura politica del suo Paese, ed è anche l’indizio per capire il successo di questo film. E’ un saggio brillante sul potere della cospirazione in un paese in cui essa è diventata una forma d’arte. Il tema della fiducia e dell’inganno è universale, ed è per ciò che il film viaggia bene, come un grande vino; una bottiglia di Sassicaia in ambito cinematografico.

Andreotti stesso è un regalo per un vignettista, con la sua schiena leggermente gobba e le sue orecchie piegate da pipistrello. In passato fu dipinto come un ragno che tesseva un’intricata rete clientelare sopra e sotto terra. Il suoi nemici l’hanno chiamato Belzebù, Il Signore delle Mosche. Fortemente cattolico, si confessa diverse volte a settimana.

Eppure ha ammesso di aver frequentato la malavita per favorire le proprie mire politiche, seguendo il principio secondo cui “c’è bisogno del letame per fare crescere gli alberi”. Le accuse di essersi associato con la mafia, quella più efferata della Sicilia degli anni ‘70 e ‘80, furono annullate in appello, o prescritte. Elezione dopo elezione egli riusciva sempre ad avere più di 300.000 preferenze nella sola Sicilia – e questo era possibile soltanto mantenendo buoni rapporti con gli “Uomini d’Onore”.

Il paradosso, evocato brillantemente dal film, è quello di un uomo che, pur possedendo una fede profonda nei precetti della Chiesa cattolica, poteva essere così cinicamente non credente nei confronti dello Stato italiano. Da questo punto di vista egli è molto diverso dal suo rivale, l’eminente democristiano Aldo Moro, ucciso dopo 53 giornidi prigionia dall e Brigate Rosse nel maggio del 1978. Anche se è uno degli elementi chiave del film, viene trattato solo marginalmente – visto soprattutto attraverso la lente delle rivalità personali all’interno dell’oligarchia democristiana. In realtà sottolinea la forza e la debolezza dell’Italia durante gli anni della Guerra Fredda. Quando Moro fu rapito nelle Idi di marzo 1978, Andreotti non seppe cosa fare.

Stava per ricevere il voto di fiducia alla guida di una nuova coalizione supportata dai comunisti, i quali avevano accettato di astenersi in cambio del diritto di contrattazione sulle politiche e sui programmi. Questo era il risultato del “Compromesso storico”, un patto informale tra la Democrazia Cristiana e l’eurocomunista Partito Comunista Italiano (PCI), guidato da Enrico Berlinguer. In modi diversi, Andreotti e Moro avevano collaborato alla creazione del Compromesso storico. Sentendo la notizia del rapimento di Moro, fu il carismatico sardo Enrico Berlinguer a persuadere Andreotti a reagire con decisione e a chiedere un voto di fiducia immediato – ottenuto con una maggioranza schiacciante in entrambe le Camere.

Berlinguer non compare mai nel film – e nemmeno il coinvolgimento delle potenze straniere, Stati Uniti e Gran Bretagna in particolare, nel caso Moro. Questioni come il ruolo fortemente ambiguo dei negoziatori stranieri con i rapitori sono, a quanto pare, ancora troppo scottanti da trattare. Moro veniva visto da alcuni negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna come l’agente che avrebbe permesso ai comunisti di entrare al potere furtivamente – ed alcuni erano tanto contrari al suo rilascio da parte delle Brigate Rosse quanto i suoi nemici in Italia. In questo gioco, Andreotti fu almeno tanto vittima quanto protagonista – per una volta ebbe le mani legate.

Il paradosso di Roma sin dall’Unità d’Italia nel 1871 è quello di essere una capitale divisa tra due Stati, il Vaticano e il Regno divenuto poi Repubblica Italiana. I politici a Roma erano soliti dire fino a poco tempo fa, “noi siamo gli inquilini, i cardinali sono i residenti qui”. Per Andreotti la sua fede nel Vaticano e nella Chiesa Cattolica sono state potenti quanto il suo scetticismo nei confronti dello Stato laico italiano. Nel film il suo unico discorso per giustificare i rapporti con la mafia e gli agitatori neofascisti è che doveva trovare un modo per mantenere in piedi lo spettacolo scricchiolante della politica italiana servendosi di una serie di compromessi mortali, la cosiddetta strategia della tensione.

Questa auto-giustificazione, pronunciata direttamente alla cinepresa da Toni Servillo in un’interpretazione magistrale, pare piuttosto debole per qualcuno intelligente come Andreotti – durante i suoi mandati probabilmente scrisse più libri di quanti Blair e Bush ne abbiano letti durante i loro. E’ come se Don Giulio sapesse di dire soltanto metà della storia. Il suo problema è quello dell’Italia, ricca di cultura, arte, pensiero e fantasia, ma scevra di una narrativa nazionale moderna e potente. L’unificazione del Paese è ancora in corso d’opera. Questo è il tema centrale dello studio sull’Italia dall’Unità di Cristopher Duggan, “The Force of Destiny” (N.d.T “La forza del destino”), apparso recentemente in edizione economica. Nella prefazione lui cita l’osservazione dello statista Massimo d’Azeglio sull’Unità d’Italia: “Abbiamo fatto l’Italia. Ora dobbiamo fare gli italiani”.

In Italia la lealtà verso il clan, il villaggio, il partito, il club o la famiglia è di gran lunga superiore a quella verso la nazione o lo Stato. Quindi al massimo si tratta di una rete di reti – in cui Giulio Andreotti si è battuto per diventare il re dei ragni al centro, il grande tessitore della rete.
Lo Stato e l’antistato nell’Italia d’oggi sono stati brillantemente celebrati nel cinema e nella letteratura. Philip French ha notato recentemente che “Il Divo” è l’ultima in una lunga linea di film neorealisti girati da maestri quali Elio Petri, il cui dramma sulla “strategia della tensione”, “Indagine su un cittadino al di sopra d’ogni sospetto”, vinse l’oscar al miglior film straniero nel 1970.
Il film di Petri, Todo Modo – la cui trama è stranamente simile al rapimento Moro due anni prima che questo si verificasse – finisce con la battuta “la verità non è necessariamente rivoluzionaria”. Questa battuta potrebbe benissimo essere di Don Giulio. Il mondo de “Il Divo”, con le sue vendette, i baciamano e le rivalità tra i clan è a un passo dall’epoca passata dei Montecchi e dei Capuleti di Verona o dalle guerre di fazioni durante gli anni della Guerra delle Due Rose, in cui il manovratore è più importante del re.
Tuttavia questo passato potrebbe anche essere il futuro? Il mondo dipinto da “Il Divo” potrebbe indicare il nuovo non-stato postmoderno in cui forse ci ritroveremo noi tutti.

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