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DALL’ENERGIA DELL’UOMO ALLA NATURA DELL’UOMO [PARTE 1]

La vita di un essere umano è difficile e ciò che anima ogni suo intento è l’ossessione, a lui non del tutto consapevole, di farcela. Di farcela a sostenerne il peso, di farcela ad arrivare “fino in fondo”.
La società che abbiamo creato mette al centro del suo esistere l’idea del superamento di ogni limite. La morte stessa deve essere superata. Un tempo attraverso un atto di fede oggi scientificamente e tecnologicamente. In effetti a pensarci bene sempre un atto di fede rimane: dobbiamo aver fede nella tecnica, nei tecnici e nei tecnocrati. Dobbiamo aver fede nei “sapienti” perché saranno loro a guidarci verso non tanto l’immortalità ma piuttosto verso la fine della ..fatica.

È faticoso respirare, sollevare un bicchiere da cui bere un sorso d’acqua, alzarci in piedi, camminare, parlare. Fa fatica il sangue a percorrere le centinaia di metri del nostro sistema venoso e fa fatica il nostro sistema immunitario a contrastare l’ennesimo attacco virale.
Ogni nostro mimino gesto si deve confrontare con la forza di gravità e con l’attrito che l’organismo umano deve vincere bruciando costantemente joule e joule di energia (..è un caso?).

Ed ecco che in tutto questo interviene una variabile, l’intelligenza dell’uomo che nel tentativo di domare le leggi fisiche di Natura riesce a immaginare la tecnica e a produrre la tecnologia.
Ed è cosi che dal fuoco passiamo presto alla ruota, per arrivare poi dal nostro appartamento al ..telecomando!
Ma cos’è infatti la tecnologia se non comodità? Quale artifizio tecnologico infatti non produce almeno come suo ultimo effetto comodità?!?

E la “comodità” che cos’è se non il suo, dell’uomo, massimo anelito di non disperdere e dunque conservare la propria, dunque individuale, limitata dunque incerta riserva energetica?
E non è proprio il suo stesso umano ingegno ad evidenziare nei fatti ogni giorno l’estremo e disperato tentativo di “farcela ad arrivare fino in fondo”?

Quanta fatica ancora dovrò fare per poter arrivare in fondo alla mia giornata? Ce la farò? E quanta fatica ancora prima che sorga una nuova alba? Mi sento vacillare sotto il peso di ogni gesto e pensiero. Devo escogitare un rimedio, una soluzione, un artificio, o farmi aiutare da un amico, da una persona a me benevola.

E in questa ottica non è dunque il timore di non farcela e non l’idea della fine intesa come morte, ad animare ogni nostra azione quotidiana?

Devo farcela prima di soccombere al peso della vita!

La morte è li come idea di un ipotetico traguardo, mai da raggiungere ma certamente sempre incombente. Ma la mia azione quotidiana è mossa dal desiderio di riuscire prima che sopraggiunga la fine delle fini oppure dal timore di consumare ogni mia ultima energia prima di riuscire nell’intento, qualsiasi esso sia?

Quante volte durante la giornata ci assale il dubbio di non farcela?
Quante volte durante la giornata ci assale invece il dubbio di non sopravvivere?
La paura della morte in realtà non esiste in noi, in quanto solamente artificio culturale e ideologico prodotto dalle caste, funzionale al controllo dell’individuo.
Noi non temiamo intimamente la morte, temiamo invece il cambiamento e il dolore fisico.
Temiamo il dolore emotivo causato dall’abbandono, procurato eventualmente dalla perdita di un nostro caro.

E le stesse religioni nei vari secoli cos’hanno fatto se non strumentalizzare questa nostra profonda consapevolezza al fine di pilotare (a vantaggio della loro idea di società) il nostro comportamento? E cosa ci hanno mostrato in definitiva che non sapevamo? Ci hanno mostrato un paradiso terribilmente noioso e monotono, dove anelerebbe alla morte qualsiasi essere immortale e dove invece il reperimento dell’energia mai dovrà generare in noi timori e incertezze: ..dove non sentirete mai né sete né fame!

E in fondo a cosa noi abbiamo creduto? All’eternità o alla fine della fatica? È forse questa una società che dimostra in qualsiasi maniera di preoccuparsi del dopo?
È presente nelle nostre azioni il timore della nostra fine biologica? Non ci stiamo invece comportando come se fossimo tutti Divini e immortali, dimostrando dunque questa consapevolezza?

Stiamo “facendo di tutto”, schiacciando i più deboli e distruggendo l’habitat naturale, al fine di accumulare quanta più energia in previsione di un momento di sua maggiore indisponibilità. Trascuriamo del tutto proprio il fatto che questo ci porterà alla nostra stessa fine/estinzione. Rivelando in questo l’unico reale timore e ossessione dell’uomo per la perdita della sua energia e non della vita. Timore che oggi diventa persino panico incontrollabile, capace di accecarlo. Il “fare prima che la mia energia si disperda”, oscura a questo punto completamente l’idea della fine in se stessa. In questo meccanismo entra inevitabilmente in gioco anche il fattore tempo, a ricordarci che l’energia si sta esaurendo e che c’è un tempo che dobbiamo rispettare!

Ma questa è la Natura, e noi siamo il frutto dell’interazione della parte più profonda del nostro Essere con l’ambiente esterno e le sue Leggi, che ci plasma ancora in tenera età come terra crea.

Qual è dunque il motore che muove l’azione dell’uomo? È l’idea della morte in se o piuttosto la preoccupazione quotidiana di doversi sfamare così da poter disporre di energia sufficiente a procurarsi ulteriore cibo per il giorno successivo?
Se osserviamo bene non è l’idea di poter disporre di energia sufficiente a garanzia delle nostre quotidiane attività, la nostra ossessione?

Il sangue che passa nelle vene consuma energia e il cuore deve continuamente mantenerci in attività, i polmoni che si aprono e richiudono, gli occhi che si muovono, il sistema digerente..
Per pensare e dunque potersi formare un idea del mondo e di noi stessi serve energia.

Quanto discusso sopra evidenzia uno dei meccanismi alla base di ogni sistema vivente immerso in un ambiente gravitazionale con attriti. Conservare e non disperdere la maggiore energia a disposizione è di primaria importanza, e non è cosa da poco (si uccide per questo).
Questa regola sottende la logica di funzionamento di ogni forma vivente, ne regola il comportamento e dunque la costruzione cognitiva dell’essere.

Immaginate che su questo pianeta esista una pianta con crescita spontanea e abbondante, in grado inoltre di produrre frutti particolarmente nutrienti. Immaginate ancora che uno solo di questi frutti una volta ingerito basti a soddisfare il fabbisogno nutritivo/energetico di un singolo soggetto per più di un mese.

Come cambierebbe il nostro orizzonte cognitivo e dunque la nostra idea di collettività?
Ci servirebbe lavorare? Ci servirebbe una società strutturata come la nostra? E ancora, come sarebbero le relazioni tra gli esseri umani? Esisterebbero le guerre?

Ora immaginate che esista una tecnologia in grado di ridurre il vostro quotidiano fabbisogno energetico. Immaginate che esista una tecnologia in grado di permettervi “soddisfacenti” relazioni interpersonali con decine e decine di esseri umani sparsi per il globo terracqueo con il minimo sforzo e stando comodamente seduti in casa.

Come cambierebbe la nostra società?
Ecco, su questo indagheremo nella prossima parte di questa riflessione…

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