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ELENCO PARLAMENTARI INDAGATI, CONDANNATI, ARRESTATI, INQUISITI, PATTEGGIATI, PRESCRITTI…

Stato dell’arte ad oggi 8 luglio 2009, in ordine alfabetico e non di merito..

La lista è lunga (e provvisoria..), vi consigliamo la lettura in più riprese (sig!..)

Alemanno, Gianni/Alleanza nazionale

Ministro dell’Agricoltura del governo Berlusconi, indagato dal Tribunale dei ministri per finanziamenti illeciti (47 mila euro) erogati da Calisto Tanzi (Parmalat) alla sua rivista “Area”. Tanzi aveva interesse a “ringraziare” il ministro, perché il latte Parmalat “Fresco Blu” aveva avuto il permesso ministeriale di essere venduto come latte fresco. Alemanno passò inoltre con moglie e figlio il capodanno 2003 a Zanzibar, in un villaggio Parmatour, di proprietà di Tanzi. Pagò il conto solo molto tempo dopo, quando la vicenda fu raccontata dai giornali.

Andò, Salvo/Rosa nel pugno

Ministro socialista ai tempi della Prima Repubblica. Fu processato a Catania, con l’accusa di voto di scambio con il clan mafioso Santapaola. È stato assolto. Per le vicende di corruzione, invece (tangenti sul centro fieristico catanese), È stato salvato dalla prescrizione. Oggi ritorna alla politica nello schieramento di centrosinistra.

Benvenuto, Romolo/Margherita

Ex verde approdato alla Margherita. Nel 1999 è stato condannato in primo grado per atti di violenza contro la sua compagna. Vicenda poi estinta con un risarcimento. Oggi punta al Parlamento nazionale, conscio che le donne non si toccano neanche con un fiore: a meno che non sia una margherita.

Berlusconi, Silvio/Forza Italia

Candidato premier. Fondatore di Forza Italia. Presidente del Consiglio dei ministri nel 1994 e nel 2001. Il suo nome di compare nelle liste della loggia massonica segreta P2: fascicolo 625, numero di tessera 1816, data di iniziazione 26 gennaio 1978. In un’audizione alla commissione parlamentare sulla P2, Berlusconi ammette di essersi iscritto alla P2 all’inizio del 1978 su invito di Gelli. Conferma la sua iscrizione alla loggia al processo P2, nel novembre 1993.

• Nel settembre 1988, invece, in un processo per diffamazione da lui intentato contro alcuni giornalisti, Berlusconi dichiara al giudice:”Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo che è di poco anteriore allo scandalo”. Per questa dichiarazione Berlusconi viene denunciato per falsa testimonianza. Il processo per falsa testimonianza si conclude nel 1990: Berlusconi viene dichiarato colpevole, ma il reato è estinto per intervenuta amnistia.

• Berlusconi fu indagato già dal 1983, nell’ambito di un’inchiesta su droga e riciclaggio: la Guardia di finanza aveva posto sotto controllo i suoi telefoni e scritto nel suo rapporto: «è stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane. Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo…». L’indagine non accertò nulla di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata.

• Berlusconi è stato accusato di aver pagato tangenti a ufficiali della Guardia di finanza, per ammorbidire i controlli fiscali su quattro delle sue società. In primo grado è stato condannato a 2 anni e 9 mesi per tutte e quattro le tangenti contestate, senza attenuanti generiche. In appello, la Corte concede le attenuanti generiche: così scatta la prescrizione per tre tangenti. Per la quarta (Telepiù), l’assoluzione è concessa con formula dubitativa, secondo il comma 2 art. 530 cpp. La Cassazione, nell’ottobre 2001, conferma le condanne per i coimputati di Berlusconi Berruti, Sciascia, Nanocchio e Capone (dunque le tangenti sono state pagate), ma assolve Berlusconi per non aver commesso il fatto, seppur richiamando l’insufficienza di prove.

• Per 21 miliardi di finanziamenti illeciti a Bettino Craxi, passati attraverso la società estera All Iberian, in primo grado è condannato a 2 anni e 4 mesi. In appello, a causa dei tempi lunghi del processo scatta la prescrizione del reato. La Cassazione conferma.

• Berlusconi è rinviato a giudizio per aver falsificato i bilanci Fininvest (processo All Iberian 2). Il dibattimento, dopo molte lungaggini e schermaglie procedurali, è iniziato presso il Tribunale di Milano. Ma Berlusconi ha cambiato la legge sul falso in bilancio: il processo è stato sospeso. Intanto è scattata anche la prescrizione.

• Berlusconi è stato indagato (anche sulla base di una voluminosa consulenza fornita dalla Kpmg) per la rete di 64 società e conti off shore del gruppo Fininvest (Fininvest Group B) che, secondo l’accusa, ha finanziato operazioni “riservate” (ha scalato societý quotate in Borsa, come Standa e Rinascente, senza informare la Consob; ha aggirato le leggi antimonopolio tv in Italia e in Spagna, acquisendo il controllo di Telepiù e Telecinco; ha pagato tangenti a partiti politici, come la stecca record di 21 miliardi di lire data a Craxi attraverso la societý All Iberian). La rete occulta della Finivest-ombra ha spostato, tra il 1989 e il 1996, fondi neri per almeno 2 mila miliardi di lire. Per questo Berlusconi è stato chiamato a rispondere di falso in bilancio. Ma nel 2002 ha cambiato la legge sul falso in bilancio, trasformando i suoi reati in semplici illeciti sanabili con una contravvenzione e soprattutto riducendo i tempi di prescrizione del reato (erano 7 anni, aumentabili fino a 15; sono diventati 4). CosÏ il giudice per le indagini preliminari nel febbraio 2003 ha chiuso l’inchiesta: negando l’assoluzione, poichè Berlusconi e i suoi coimputati (il fratello Paolo, il cugino Giancarlo Foscale, Adriano Galliani, Fedele Confalonieri) non possono dirsi innocenti; ma decidendo di prosciogliere tutti i 25 imputati, poichè il tempo per il processo, secondo la nuova legge, è scaduto. La procura ricorre in Cassazione, che all’inizio di luglio 2003 applica per la prima volta il “lodo Maccanico”, decidendo la sospensione del processo per Berlusconi.

• Berlusconi è stato rinviato a giudizio per aver deciso il versamento in nero di una decina di miliardi dalle casse del Milan a quelle del Torino calcio, per l’acquisto del calciatore Gianfranco Lentini. Il dibattimento di primo grado si è concluso con la dichiarazione che il reato è prescritto, grazie alla nuova legge di Berlusconi sul falso in bilancio.

• Berlusconi è accusato di comportamenti illeciti nelle operazioni d’acquisto della società Medusa cinematografica, per non aver messo a bilancio 10 miliardi. In primo grado è stato condannato a 1 anno e 4 mesi per falso in bilancio. In appello, assoluzione con formula dubitativa, confermata in Cassazione.

• Berlusconi è accusato di appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio per l’acquisto dei terreni intorno alla sua villa di Macherio. In primo grado è assolto dall’appropriazione indebita e dalla frode fiscale. Per i due falsi in bilancio contestati scatta la prescrizione. In appello è confermata l’assoluzione per i due primi reati; è assolto per uno dei due falsi in bilancio, per il secondo si applica l’amnistia.

• Berlusconi è accusato di aver pagato i giudici di Roma per ottenere una decisione a suo favore nel Lodo Mondadori, che doveva decidere la proprietà della casa editrice. Il giudice dell’udienza preliminare Rosario Lupo ha deciso l’archiviazione del caso, con formula dubitativa. La Procura ha fatto ricorso alla Corte d’appello, che nel giugno 2001 ha deciso: per Berlusconi è ipotizzabile il reato di corruzione semplice, e non quello di concorso in corruzione in atti giudiziari; concesse le attenuanti generiche, il reato dunque è prescritto, poiché risale al 1991 e la prescrizione, con le attenuanti genriche, scatta dopo 5 anni. Il giudice ha disposto che restino sotto processo i suoi coimputati Cesare Previti, Giovanni Acampora, Attilio Pacifico e Vittorio Metta.

• Berlusconi è accusato di aver corrotto i giudici durante le operazioni per l’acquisto della Sme. Rinviato a giudizio insieme a Cesare Previti, Renato Squillante e altri. Il processo di primo grado si è celebrato presso il Tribunale di Milano, dopo che la Cassazione ha respinto la richiesta di spostare il processo a Brescia o a Perugia, per legittimo sospetto reintrodotto per legge nell’ottobre 2002. Un’altra legge, il “lodo Maccanico”, votata con urgenza nel giugno 2003, impone la sospensione di tutti i processi a cinque alte cariche dello Stato, tra cui il presidente del Consiglio. Ma è stata giudicata incostituzionale dalla Corte costituzionale. Il processo è così ripreso fino alla sentenza: concesse le attenuenti generiche, il reato è prescritto. In appello, assoluzione: la corruzione c’è stata, ma Berlusconi non ha corrotto, ha solo pagato Previti…

• Berlusconi era accusato di aver indotto la Rai, da presidente del Consiglio, a concordare con la Fininvest i tetti pubblicitari, per ammorbidire la concorrenza. La Procura di Roma, non avendo raccolto prove a sufficienza per il reato di concussione, ha chiesto l’archiviazione, accolta dal Giudice dell’udienza preliminare.

• Berlusconi era accusato di aver pagato tangenti a dirigenti e funzionari del ministero delle Finanze per ridurre l’Iva dal 19 al 4 per cento sulle pay tv e per ottenere rimborsi di favore. La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione, accolta dal Giudice dell’udienza preliminare.

• Le procure di Caltanissetta e Firenze indagano da molti anni sui «mandanti a volto coperto» delle stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e del 1993 (a Firenze, Roma e Milano). Le indagini preliminari sull’eventuale ruolo che Berlusconi e Marcello Dell’Utri possono avere avuto in quelle vicende sono state formalmente chiuse con archiviazioni nel 1998 (Firenze) e nel 2002 (Caltanissetta). Continuano però indagini per concorso in strage contro ignoti e i decreti d’archiviazione hanno parole pesanti nei confronti degli ambienti Fininvest.

• La procura di Palermo ha indagato su Berlusconi per mafia: concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco. Nel 1998 l’indagine è stata archiviata per scadenza dei termini massimi concessi per indagare. Indizi sui rapporti di Berlusconi e Dell’Utri con uomini di Cosa nostra continuano a essere segnalati in molte sentenze.

• Berlusconi, Dell’Utri e altri manager Fininvest, responsabili in Spagna dell’emittente Telecinco, sono accusati di frode fiscale per 100 miliardi e violazione della legge antitrust spagnola. Sono ora in attesa di giudizio su richiesta del giudice istruttore anticorruzione di Madrid, Baltasar Garzon Real. Il giudice Garzon ha chiesto di processare Berlusconi in Italia o di poterlo processare in Spagna. Di fatto, il processo è sospeso.

• Berlusconi e altri manager Fininvest sono indagati a Milano per aver prodotto fondi neri e distratto soldi da Mediaset attraverso meccanismi di compravendita di diritti televisivi. L’indagine è in corso, con le accuse, per Berlusconi, di appropriazione indebita aggravata, frode fiscale e falso in bilancio. E’ indagato nuovamente anche per corruzione giudiziaria, per aver versato almeno 600 mila dollari a un testimone, il suo avvocato David Mills, perchè addomesticasse le sue dichiarazioni in un paio di processi milanesi a carico dello stesso Berlusconi.

Berruti, Massimo Maria/Forza Italia

Deputato della Repubblica. Eletto nel proporzionale, nelle liste di Forza Italia. Da ufficiale della Guardia di finanza, nel 1979 ebbe la sorte di interrogare un giovane imprenditore emergente di nome Silvio Berlusconi, a proposito della confusa situazione proprietaria e finanziaria della sua società Edilnord. Berlusconi rispose che della Edilnord era soltanto un “semplice consulente”. Berruti, nel suo rapporto conclusivo, prese per buona la versione di Berlusconi, permettendo così l’archiviazione dell’accertamento valutario che ipotizzava la dipendenza della Edilnord da società estere. Poi si dimise dalla Guardia di finanza e andò a lavorare per Berlusconi. Prima delle dimissioni, però, fece in tempo a essere arrestato con l’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchiesta per lo scandalo Icomec, una storia di tangenti che scoppiò prima di Mani pulite (al processo fu assolto).

• Da consulente Fininvest, invece, è stato di nuovo arrestato, nel 1994, per favoreggiamento a Berlusconi nell’inchiesta sulle tangenti alla Guardia di finanza. Condannato in primo grado (10 mesi) e in appello (8 mesi). Sentenza definitiva, con condanna confermata dalla Cassazione.

• Come avvocato del gruppo Fininvest, ha trattato, fra l’altro, l’acquisto del calciatore Gigi Lentini (poi oggetto di un processo in cui è imputato). Nel gennaio 1994 Berlusconi gli ha affidato l’organizzazione della campagna elettorale di Forza Italia a Sciacca e nella provincia d’Agrigento. Con buoni risultati, tra i quali il coinvolgimento di Salvatore Bono (cognato del boss dell’Agrigentino Salvatore Di Gangi) e di Salvatore Monteleone, arrestato nel 1993 per concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso e diventato, appena uscito dal carcere, referente di Forza Italia a Montevago. Per i suoi servizi, Berruti e stato premiato con un posto in Parlamento già dal 1996. Con il Berruti avvocato e poi politico, convive il Berruti uomo d’affari: in Sicilia possedeva una societa, la Xacplast, che un rapporto dei carabinieri indicava come partecipata da uomini d’onore delle famiglie mafiose di Sciacca. Il collaboratore di giustizia Angelo Siino ha parlato anche di un incontro tra Berruti e il boss Nino Gioè, proprio nel periodo di progettazione delle stragi del 1992-93.

Biondi, Alfredo/Forza Italia

Avvocato, ex deputato liberale, ex ministro della Giustizia nel primo governo Berlusconi (quando tentò, invano, di far passare il famoso “decreto salvaladri”). Nel 1998 ha patteggiato la pena di 2 mesi di arresto e 6 milioni di multa per frode fiscale (reato poi depenalizzato): aveva evaso le tasse su parcelle professionali per quasi 1 miliardo.

Bossi, Umberto/Lega nord

Fondatore e leader della Lega. Ministro per le riforme nel secondo governo Berlusconi. Ha precedenti penali per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, ai quali somma il vilipendio alla bandiera. Ha detto in pubblici comizi che lui con il tricolore «si pulisce il culo» (e poi criticano quelli che nei cortei bruciano le bandiere americane…). Dalla procura di Verona è stato indagato per attentato all’integritý dello Stato, per presunte attivitý eversive delle ´camicie verdiª. Per uscire da questa situazione, il ministro della Giustizia Castelli e altri esponenti della maggioranza hanno presentato proposte di leggi su misura per depenalizzare i reati commessi da Bossi e amici. Ma il leader indiscusso del Carroccio è stato condannato, con sentenza definitiva confermata dalla Cassazione, anche per tangenti: 8 mesi al processo per la maxitangente Enimont, per un contributo di 200 milioni regalati da Carlo Sama e incassati dal cassiere Patelli.

Brancher, Aldo/Forza Italia

Deputato eletto in Veneto, è stato il regista del nuovo accordo tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, che ha portato la Casa delle libertà alla vittoria elettorale del 2001. Era prete paolino e manager pubblicitario di Famiglia cristiana. Don Aldo, giovane e brillante, era il braccio destro del mitico don Emilio Mammana, che aprì il primo ufficio pubblicità di Famiglia cristiana a Milano, facendo uscire il settimanale dall’ambiente provinciale di Alba e dalle sacrestie. Grazie a don Mammana, Famiglia cristiana divenne uno dei settimanali italiani più venduti e più ricchi di pubblicità. Accanto a don Mammana c’era sempre lui, don Aldo, pretino giovane e spregiudicato, guardato con un po’ d’apprensione dalle segretarie, per via dei suoi modi, non proprio da prete fedele al voto di castità.

I soldi che faceva girare erano tanti e il ragazzo era svelto. Forse troppo. Tanto che don Zega, allora direttore di Famiglia cristiana, arrivò ai ferri corti con don Aldo. Sarà per questo, o per una donna che era entrata stabilmente nella sua vita, ma comunque Brancher lasciò i paolini, cambiò vita, abbandonò il sacerdozio. Ma non la pubblicità: divenne collaboratore di Fedele Confalonieri e manager di Publitalia, la concessionaria di pubblicità della Fininvest. “Don Aldo sta facendo carriera”, dicevano di lui i suoi vecchi colleghi di Famiglia cristiana.

La carriera sembrò interrompersi nel 1993, quando fu arrestato da Antonio Di Pietro per tangenti (300 milioni al ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, per la pubblicità contro l’Aids assegnata dal ministero alle reti Fininvest). è subito ribattezzato “il Greganti della Fininvest” perché in cella non aprì bocca, non raccontò i segreti delle tangenti Fininvest.

Condannato (in appello) a 2 anni e 8 mesi per falso in bilancio e violazione della legge sul finanaziamento ai partiti. In Cassazione il falso in bilancio Ë caduto, depenalizzato dal governo di cui faceva parte; il finanziamento Ë caduto in prescrizione. Per la sua fedeltà aziendale fu comunque premiato: divenne responsabile di Forza Italia nel Nord e poi, nel 2001, candidato alla Camera in Veneto, eletto senza problemi e subito nominato da Berlusconi sottosegretario alle Riforme e alla devoluzione. Lavora accanto al neo-ministro Umberto Bossi, che ha convinto ad abbandonare i toni anti-Berlusconi per allearsi nel 2001 con Forza Italia.

Nell’estate 2005 diventa uno dei protagonisti della saga dei Furbetti del quartierino: secondo l’accusa Ë l’ufficiale di collegamento tra il banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani e i politici di Roma. » lui a indicare i nomi degli uomini di partito da pagare. Egli stesso (e la sua compagna) riceve generosi fidi dalla Banca popolare di Lodi.

Brigandì, Matteo/Lega nord

Era assessore regionale in Piemonte quando fu arrestato (e ora è sotto processo) per una presunta truffa sugli indennizzi alle aziende vittime di un’alluvione.

Buonfiglio, Antonio/Alleanza nazionale

Vicecapogabinetto di Gianni Alemanno, è indagato per corruzione nell’inchiesta sui crediti della Federconsorzi.

Calderoli, Roberto/Lega nord

Segretario della Lega nord, ha sostituito Umberto Bossi al ministero delle Riforme. Come Bossi, è stato condannato nel 1998, in primo grado, a 8 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, per aver partecipato ai disordini davanti alla sede della Lega in via Bellerio; è indagato per scontri con la polizia a Brescia; e per attentato all’integritý dello Stato nell’inchiesta di Verona sulle ´camicie verdiª. Con l’esibizione televisiva di una maglietta su cui era riprodotta una vignetta irridente all’Islam, Calderoli ha alimentato le tensioni antioccidentali dei Paesi musulmani.

Cantoni, Giampiero/Forza Italia

Banchiere, socialista, fu presidente della Bnl. È stato inquisito e arrestato per corruzione, bancarotta fraudolenta e altri reati. Se l’è cavata con alcuni patteggiamenti (ha patteggiato pene per circa 2 anni e risarcito 800 milioni di lire). È stato poi eletto, nel 2001, senatore della Repubblica nelle liste di Forza Italia in Lombardia. Rieletto nel 2006.

Cardinale, Salvatore/Margherita

Ex ministro delle Telecomunicazioni del centrosinistra, poi segretario regionale siciliano della Margherita. Al processo contro Totò Cuffaro, il collaboratore di giustizia Angelo Siino, “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, ha raccontato una riunione elettorale nel 1991 con i due Totò, Cuffaro e Cardinale (che allora era deputato Dc). L’incontro si svolse nell’ufficio del capomafia di Villagrazia Angelo Teresi, per preparare le regionali del ’91. «C’ero io, Teresi, Santino Pullarà, Cardinale e Cuffaro», racconta l’ex boss, «era appena passato il decreto Andreotti che riportava in carcere i boss del maxiprocesso e io dissi a Cardinale: “Vedi, questi vi dovrebbero sputare in faccia e invece vi abbiamo organizzato tutto questo”. Lui rispose vagamente: “Vedremo, vedremo…”».

Caruso, Francesco/Rifondazione comunista

Leader del movimento dei disobbedienti, è stato indagato a Cosenza per associazione sovversiva e per diversi reati che sarebbero stati commessi durante manifestazioni di piazza.

Carra, Enzo/Margherita

Dopo essere stato portavoce della Dc durante la segreteria di Arnaldo Forlani, oggi è coordinatore della Margherita. Pregiudicato: condannato a 1 anno e 4 mesi per false dichiarazioni al pubblico ministero: mentÏ per cercare di impedire la scoperta della maxitangente Enimont. Per quel reato fu arrestato durante Mani pulite e la sua fotografia
in manette divenne un’immagine-simbolo di Tangentopoli. Questo non gli ha impedito di essere candidato già nel 2001 e di diventare deputato della Margherita in Campania.

Catone, Giampiero/Dc-Forza Italia

Giampiero Catone, napoletano, 50 anni, è l’uomo che ha nelle sue mani un pezzo della storia della Repubblica: dopo varie peripezie legali, ha ottenuto la proprietà del glorioso scudo crociato, simbolo della Democrazia cristiana. Dopo la morte della Dc si mette all’ombra di Rocco Buttiglione. Lo segue nell’Udc e diventa il suo uomo forte in Abruzzo. Quando poi Buttiglione diventa ministro, Catone è suo capo di gabinetto. È anche direttore del vecchio settimanale della Dc, “La Discussione”, portato in eredità all’Udc insieme ai 3 milioni di euro di finanziamenti pubblici all’editoria che il giornale riceve ogni anno. Alle europee del 2004 è riuscito a raccogliere oltre 48 mila voti, quasi 3 mila in più del suo capolista e leader Rocco Buttiglione (anche se non sufficienti a fargli conquistare il seggio).

Quando Buttiglione fu proposto dal governo Berlusconi come commissario europeo alla Giustizia, il curriculum giudiziario del suo braccio destro, il professor Catone (diffuso a Strasburgo da una giornalista italiana, Paola Severini) fu una delle cause della bocciatura del ministro italiano amico dei teo-con. Da un annetto circa, forte del suo simbolo, Catone è passato alla Dc di Gian Franco Rotondi, alleato con il Nuovo Psi di Gianni De Michelis, anche se, per avere la certezza dell’elezione, è inserito nelle liste di Forza Italia in Lombardia. Un seggio, a Roma o a Strasburgo, alla fine lo avrà. Lo vuole per naturale aspirazione politica, ma anche perché gli garantisce l’immunità parlamentare. Utile, specie per chi, come Catone, ha qualche guaio con la giustizia.

Il 9 maggio 2001, a pochi giorni dalle elezioni politiche, Catone (allora candidato con il Ccd) finisce in carcere insieme al fratello e ad altre dodici persone. L’ipotesi di reato della Procura di Roma è associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata: due bancarotte da 25 miliardi di lire l’una e 12 miliardi di finanziamenti a fondo perduto dal ministero dell’Industria ottenuti ­ secondo l’accusa ­ con carte e perizie false, che consentivano alle società amministrate da Catone d’incassare più volte lo stesso contributo per un “polo tessile aquilano” mai esistito. Uno degli episodi contestati riguarda il tentativo messo in atto dal gruppo Catone di acquisire una società (la Iris Moda) nonostante il rifiuto del titolare. Presto fatto: secondo i giudici, il gruppo avrebbe creato un falso amministratore nella documentazione presentata per ottenere il finanziamento. Il ministero dell’Industria, alla fine, scuce 2 miliardi in contanti all’insaputa della società (quella vera).

Catone è anche coinvolto nel fallimento dell’Abatec, azienda di Chieti di cui Catone era amministratore. Avrebbe dovuto produrre macchinari ad alta tecnologia per la lavorazione dei pannolini, ma viene dichiarata fallita dopo un aumento di capitale deliberato prima ancora che fossero sottoscritte le quote sociali. Per non parlare del contorno di spericolate operazioni finanziarie grazie alle scatole cinesi di una manciata di società off shore. Per queste vicende Giampiero Catone ha già collezionato un paio di rinvii a giudizio. In quello per Abatec, il giudice definisce il gruppo all’opera «associazione a delinquere Catone».

Eppure le disavventure non sembrano avergli precluso la carriera. Anzi, Rocco Bottiglione lo promuove prima responsabile della segreteria politica, quindi capo segreteria del ministero delle Politiche Comunitarie; poi, nel novembre 2002, viene eletto (in Abruzzo) primo segretario regionale della neonata Udc. Sempre nel 2002, un decreto del governo Berlusconi a firma Gianni Letta istituisce una “struttura di missione” tutta per lui, con l’incarico di studiare il contenzioso tra governo italiano e Unione europea. Durante il semestre di presidenza italiana Ue, Catone coordina l’azione dell’esecutivo. Ma l’incarico che sembra calzargli a pennello, vista l’esperienza maturata in patria, è quello di presidente del Progetto comunitario “Pon/Atas” «per il corretto utilizzo dei fondi strutturali destinati alle Regioni», struttura decisiva per ottenere finanziamenti dall’Unione europea.

Come mai la giornalista romana Paola Severini (ex moglie del ministro del primo governo Berlusconi Antonio Guidi) aveva inviato a tutti gli eurodeputati un dossier pubblico sulle imprese di Catone? Perché lo aveva conosciuto molto da vicino. Severini aveva infatti fondato nel 1996 “Angeli”, rivista di cultura sociale, che era poi cresciuta come cooperativa sociale in cui lavoravano soprattutto disabili e che progettava di diventare quotidiano: “Quotidiano sociale”, un prodotto di servizio per le famiglie con figli disabili. Nel 2001 era entrato nella cooperativa Ugo Rossolillo, segnalato dall’ufficio editoria della presidenza del Consiglio. Suo compito avrebbe dovuto essere quello di curare le pratiche di finanziamento pubblico. Peccato che Rossolillo non fosse affatto un commercialista, non fosse neppure laureato, né un consulente del lavoro: in compenso era un dipendente di Giampiero Catone.

Alla ricerca di finanziamenti per lanciare il “Quotidiano sociale”, Paola Severini riceve la telefonata di un amico, Rocco Buttiglione: «So che stai cercando finanziamenti. Ho un amico che produce pannolini e a cui farebbero comodo spazi pubblicitari su una pubblicazione come la tua e sarebbe interessato a investire». Chi è l’amico di Buttiglione? Giampiero Catone, of course. E la ditta di pannolini? L’Abatec, una di quelle bancarotte per cui il capogabinetto del ministro era finito in galera un paio d’anni prima. Ma questo Buttiglione non lo dice. Dice invece che Catone «è un buon cattolico» e che può portare contributi pubblici, a patto che la fondatrice di “Angeli” si accontenti della direzione editoriale e della minoranza nella cooperativa. Severini accetta e in un paio di mesi, nel 2004, è cacciata dalla sua cooperativa. Grazie agli uffici del finto commercialista Rossolillo spuntano falsi libri sociali e verbali contraffatti.

Da allora il “Quotidiano sociale” è nelle mani di Giampiero Catone, che, licenziata la fondatrice, non assume nemmeno i disabili ma riempie la redazione di amici, facendo un travaso di dipendenti dalla “Discussione” (Franco Insardà, Emilio Gioventù, Ivan Mazzoletti). Il “Quotidiano sociale” non ha mai visto la luce, ma un risultato Catone lo ha comunque portato a casa: ha ugualmente incassato i contributi pubblici. La sua specialità.
Cesa, Lorenzo/Udc

Arrestato nel 1993 dopo un periodo di latitanza, viene condannato nel 2001 con l’ex ministro Gianni Prandini a 3 anni e 3 mesi per corruzione: ha ammesso tangenti da centinaia di milioni per appalti Anas. Ma nel 2003 la Corte d’appello di Roma annulla la condanna per un vizio tecnico: il pm aveva svolto funzione di gup. Così scatta la prescrizione. Questo non impedisce all’Udc di nominarlo segretario del partito, al posto di Marco Follini, troppo indipendente da Berlusconi e incensurato.

Il nome di Cesa compare nel 2006 anche nella vicenda delle spie e delle intercettazioni illegali. è infatti indagato a Catanzaro per associazione a delinquere e truffa: un’azienda di cui era socio, la Spb optical disk, godette di finanziamenti europei per circa 5 miliardi di lire senza avere svolto alcuna attività. L’azienda fu poi venduta, nel 2004, a Salvatore Di Ganci, in passato in affari con la banda della Magliana. Durante una perquisizione a casa di Giovanbattista Papello, socio di Cesa nella Spb optical disk, sono stati trovati un grembiulino massonico e intercettazioni abusive ai danni di Piero Fassino, Piero Folena e Vincenzo Pozzi, presidente Anas.

Cicchitto, Fabrizio/Forza Italia

Il suo nome compare nelle liste della loggia massonica P2: fascicolo 945, numero di tessera 2232, data di iniziazione 12 dicembre 1980. All’epoca della scoperta degli elenchi Cicchitto era deputato e membro della direzione del Psi. è uno dei pochi ad aver ammesso di aver sottoscritto la domanda di adesione.

Cirino Pomicino, Paolo/Dc (Rotondi)

Eurodeputato Udeur. Ex ministro del Bilancio della Prima Repubblica. Condannato in via definitiva a 1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito tangente Enimont e a 2 mesi (patteggiati) per corruzione, per i fondi neri Eni. » stato processato inoltre per una serie infinita di tangenti e indagato (ma prosciolto) per mafia.

Colli, Ombretta/Forza Italia

Quando era presidente della Provincia di Milano, Ë stata indagata per aver ricevuto dal costruttore Marcellino Gavio contributi alla campagna elettorale per la sua rielezione. Gavio era azionista privato dell’autostrada Milano Serravalle, controllata dalla Provincia, ed era stato grandemente favorito dal presidente Ombretta Colli. L’inchiesta per Colli si Ë conclusa con un niente di fatto, perchè i magistrati non hanno trovato proporzione tra gli immensi favori concessi da Colli e il sostegno, in fondo modesto, ricevuto da Gavio. Ombretta Colli ha minacciato di candidarsi a sindaco di Milano (avrebbe tolto voti preziosi al candidato ufficiale del centrodestra): cosÏ ha ottenuto un posto nelle liste di Forza Italia per il prossimo Parlamento.

Comincioli, Romano/Forza Italia

Senatore della Repubblica. Eletto nel collegio di Lodi per la Casa delle libertà. Compagno di scuola e poi manager e prestanome di Berlusconi, era in contatto con Gaspare Gambino, imprenditore siciliano vicino a Pippo Calò, il cosiddetto cassiere romano di Cosa nostra. Attraverso Comincioli, la Fininvest realizzò affari con il faccendiere sardo Flavio Carboni. Cambiali con girata di Comincioli passarono a uomini della Banda della Magliana per poi finire nelle mani di Pippo Calò. Per i suoi rapporti con Cosa nostra e banda della Magliana è stato imputato a Roma (e poi assolto). Accusato per bancarotta fraudolenta, è stato latitante per alcune settimane. Poi imputato nel processo per le false fatture di Publitalia. » anche accusato di aver fatto da mediatore tra il banchiere Gianpiero Fiorani e Berlusconi, durante la tentata scalata ad Antonveneta. E di aver ricevuto fidi dalla Popolare di Lodi impegnata nella scalata.

Craxi, Vittorio (detto Bobo)/I socialisti Craxi

La sua prima campagna elettorale, quando entrÚ per la prima volta nel Consiglio comunale di Milano, fu finanziata da Mario Chiesa, imputato numero uno di Mani pulite, che usÚ le tangenti raccolte e poi confessate. Suoi materiali elettorali furono trovati durante un sequesto a un imputato nel processo Duomo connection. Nelle sentenze di condanna a suo padre, Bettino Craxi, si accenna a denaro delle tangenti usato per comprare “un appartamento a New York”, o per pagare al figlio Bobo líaffitto di una “casa in Costa Azzurra”. Ora si è schierato con il centrosinistra.

Crisafulli, Vladimiro/Ds

Ex sindaco di Enna e uomo forte dei Ds siciliani, è sotto inchiesta insieme a Totò Cuffaro per violazione di segreto d’ufficio nell’inchiesta su Messina Ambiente. Una telecamera nascosta in un hotel di Pergusa, inoltre, il 19 novembre 2001 registrò un suo incontro con un boss mafioso, Raffaele Bevilacqua, giý latitante, arrestato e condannato in primo grado per mafia. Il politico diessino, a margine di un congresso, discuteva tranquillamente con il boss di politica locale, affari e appalti. Per questo Vladimiro Crisafulli, detto Mirello, Ë stato indagato dalla procura di Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa.

Indagine archiviata nel febbraio 2004, perchè quel colloquio non portÚ alcun beneficio concreto a Cosa nostra. Resta perÚ “dimostrata da parte di Crisafulli la disponibilitý a mantenere rapporti con il Bevilacqua, accettando il dialogo sulle proposte politiche dello stesso, ascoltando la sua istanza e rispondendo alle domande sulle possibili iniziative politico-amministrative, in particolare in materia di finanziamenti e appalti”. “Crisafulli appare disponibile a esplorare con Bevilacqua l’area delle ipotesi strettamente politiche nel territorio e, in parte, ad addentrarsi nell’area grigia dell’affarismo politico-elettorale”. Quell’incontro e altri che seguirono costituiscono, secondo la procura, “un complesso di contatti e disponibilitý al dialogo di inquietante valenza”. “La pubblicitý dell’incontro… enfatizza in tutti i presenti al congresso l’idea di stabili contatti mafia-politica, con ovvio vantaggio per la prima”.

I pm aggiungono che il collaboratore di giustizia Angelo Leonardo ha indicato Crisafulli come “persona conosciuta dal padre Gaetano Leonardo, capofamiglia di Enna” e che “la candidatura del Crisafulli alle elezioni regionali del 2001 avrebbe dovuto essere sostenuta dalla famiglia mafiosa in previsione della possibilità di ottenere, per il tramite dello stesso Crisafulli, contatti nel mondo imprenditoriale. Tuttavia l’arresto nel maggio 2001 di Leonardo Gaetano e del figlio, unitamente ai componenti della famiglia mafiosa di Enna, impediva la concretizzazione del progetto”.

Ce n’è abbastanza per chiedere l’archiviazione sul piano penale. Ma ce ne sarebbe a sufficienza almeno per bloccare la sua carriera politica, tantopiù nel partito che fu di Pio La Torre. Invece è stato candidato dai Ds in un posto sicuro per la Camera in Sicilia-2. E quando Antonio Di Pietro ha criticato l’incredibile decisione della Quercia, Luciano Violante gli ha replicato che “non esiste alcun motivo di incompatibilità: Crisafulli è nelle stesse condizioni in cui si è trovato in passato Di Pietro, prima incriminato e poi assolto”. Con la differenza che Di Pietro non è oggi indagato, mentre Crisafulli sì. Di Pietro fu accusato su notizie false e non ha mai mostrato “disponibilità” verso mafiosi, anzi Cosa nostra nel 1993 aveva progettatodi assassinarlo (Violante è oggi nella stessa lista che ospita Mirello: numero 1 Rutelli, 2 Violante, 3 Piscitello, 4 Crisafulli. Il quale entrerà certamente a Montecitorio. E chissà, magari anche nella Commissione antimafia).

Crivelli, Raffaele/Rifondazione comunista

Dirigente di Rifondazione comunista ed ex sindaco di Altamura, candidato alla Camera in uno dei posti al vertice della lista del Prc per la Puglia. Crivelli è anche dirigente della Tradeco e in questa veste è accusato di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti.

Cuffaro, Salvatore/Udc

Imputato di favoreggiamento alla mafia e rivelazione di segreto d’ufficio, è accusato di aver informato uomini ritenuti vicini a Cosa nostra che erano intercettati. Tra questi, il boss Giuseppe Guttadauro, legatissimo a Bernardo Provenzano, e l’imprenditore Michele Aiello, padrone della sanità in Sicilia, re delle cliniche private, sospettato di essere un riciclatore dei soldi di Provenzano. Totò Cuffaro si è incontrato segretamente con Aiello nel retrobottega di una boutique di Bagheria: “Per parlare di tariffe sanitarie”, ha spiegato Totò ai magistrati. In una telefonata intercettata il 10 gennaio 2004, Cuffaro parla con Silvio Berlusconi, che gli dice: “Ho saputo qui… la ragione perché ti telefono… il ministro dell’Interno… Mi ha parlato e mi ha detto che tutta la… è sotto controllo, sotto controllo”. Berlusconi parla dunque con Cuffaro di indagini, dicendo di aver avuto informazioni dal ministro Beppe Pisanu (che però ha negato ai magistrati di Palermo di aver mai parlato con Berlusconi di indagini siciliane).

Cusumano, Stefano/Udeur

Arrestato nel 1999 a Catania con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta. Oggi resta sotto processo, con la sola accusa di turbativa d’asta, per gli appalti del nuovo ospedale Garibaldi di Catania. È senatore della Repubblica.

D’Alema, Massimo/Ds

Ex presidente del Consiglio, ex segretario e oggi presidente dei Ds. Fu indagato a Bari per un finanziamento illecito ricevuto da Francesco Cavallari, il re delle cliniche pugliesi (fu in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa), che gli versò una ventina di milioni. D’Alema si salvò grazie alla prescrizione.

De Angelis, Marcello/An

Direttore di “Area”, la rivista di Gianni Alemanno. Un passato nell’organizzazione fascista Terza posizione: è stato condannato per associazione sovversiva e banda armata, è stato latitante e poi in carcere per tre anni, dal 1989 al 1992.

De Gregorio, Sergio/Italia dei valori

Giornalista, realizza scoop come quello di fotografare in carcere (senza permesso) la modella Terry Broome. O d’intervistare Tommaso Buscetta in crociera nel Mediterraneo. Con il risultato di far partire una campagna contro i pentiti che se la spassano a spese dello Stato. Poi diventa editore, rilevando la testata socialista dell’Avanti, dopo il naufragio del craxismo. Infine si dà alla politica, diventando il proprietario della sigla “Italiani nel mondo”. Intanto è candidato di Forza Italia, ma quando il partito rifiuta di metterlo in lista passa alla Dc di Rotondi. I suoi Italiani nel mondo sostengono il ministro di An Mirko Tremaglia.

Ma alla vigilia delle elezioni del 2006 De Gregorio firma un accordo con Antonio Di Pietro e mette la sua organizzazione a disposizione dell’Italia dei valori, che lo candida alle elezioni e lo fa eleggere senatore. De Gregorio vuole il ministero degli italiani all’estero. Prodi non glielo concede. Lui si rifà facendosi eleggere, con i voti del centrodestra, presidente della commissione Difesa del Senato. Tra il novembre 2005 e il marzo 2006 (dunque in piena campagna elettorale), ha spacciato assegni scoperti e poi protestati per oltre 87 mila euro.

D’Elia, Sergio/Rosa nel pugno

Ex dirigente di Prima linea, è stato condannato a 30 anni di carcere, poi ridotti a 12, per l’uccisione del poliziotto Fausto Dionisi. Dissociato, ha fondato l’associazione Nessuno tocchi Caino. Eletto deputato, viene scelto come segretario di presidenza della Camera.

Delfino, Teresio/Udc

Sottosegretario del governo Berlusconi, ha ricevuto un avviso di garanzia nell’inchiesta sui fondi dell’Enoteca d’Italia.

Dell’Utri, Marcello/Forza Italia

Senatore della Repubblica. Eletto nel 2001 nel collegio più chic di Milano. La legislatura precedente era deputato. Tra i collaboratori pi~ vicini a Berlusconi fin dagli anni Settanta, è considerato l’´inventoreª, nel 1993, di Forza Italia.

• Accusato di bancarotta fraudolenta per il crac Bresciano (un’azienda del discusso finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda).

• Arrestato nel 1995 dai magistrati di Torino per le false fatture di Publitalia (la societý che raccoglie pubblicitý per le tv di Berlusconi). Indagato per i fondi neri di Publitalia anche a Milano (nel 1994 aveva evitato l’arresto solo grazie alla soffiata del Tg5 di Enrico Mentana, che dando la notizia aveva fatto cadere le esigenze di custodia cautelare). è stato condannato definitivamente a 2 anni per frode fiscale e false fatturazioni a Torino (false fatture Publitalia); ha patteggiato 6 mesi a Milano per altre vicende di false fatture Publitalia.

• A Milano è stato condannato a 2 anni in appello per estorsione aggravata (per aver mandato il boss di Cosa nostra Vincenzo Virga a fare il “recupero crediti” nei confronti di Vincenzo Garraffa, titolare di una squadra di pallacanestro sponsorizzata da Publitalia).

• A Palermo è stato condannato a 9 anni in primo grado per concorso esterno nell’associazione mafiosa Cosa nostra e processato per calunnia aggravata nei confronti di alcuni collaboratori di giustizia (Dell’Utri aveva assoldato due falsi pentiti perchè raccontassero di essere stati convinti in carcere ad accusare Berlusconi e Dell’Utri di mafia).

• A Madrid, in Spagna, è accusato di gravi irregolarità nella gestione di Telecinco.

Complessa la sua vicenda processuale, costellata di leggi su misura. A Torino, nel 1998, è condannato in appello a 3 anni e 2 mesi per false fatture e frode fiscale continuata della società Publitalia. Ma prima che la sentenza diventasse definitiva, il Parlamento (a maggioranza Ulivo) approvÚ in tutta fretta una legge che permetteva il patteggiamento anche in Cassazione: Dell’Utri la usÚ, rimediando uno sconto che ridusse la pena a 2 anni e 6 mesi, sotto la soglia dei 3 anni oltre i quali si deve entrare in carcere. Restava aperto il problema delle pene accessorie: 5 anni d’interdizione dai pubblici uffici. Perso, in forza di quella pena, il seggio in Parlamento, Dell’Utri sarebbe finito in cella, perchè nel frattempo i giudici di Palermo avevano chiesto il suo arresto per la vicenda dei falsi pentiti. Dell’Utri chiede allora che gli sia applicato l’indulto del 1989 (anche se gran parte dei reati contestati sono successivi). La Corte d’appello di Torino respinge la richiesta, ma poi la Cassazione l’accoglie: cosÏ niente pene accessorie, niente arresto.

La pena definitiva scende ancora, in sede d’esecuzione, a 1 anno e 8 mesi (sotto la soglia dei 2 anni, quindi senza neppure l’obbligo dell’affidamento ai servizi sociali), perchè il governo Amato (centrosinistra) depenalizza alcuni reati fiscali e finanziari. Da Milano, intanto, arrivano altre piccole pene per false fatture e falso in bilancio, considerate ´in continuazioneª con la condanna di Torino. La pena complessiva, dunque, risale oltre i 2 anni. Ci pensa la nuova legge sul falso in bilancio (2001, governo Berlusconi), che risolve il problema. A Palermo i due processi d’argomento mafioso (quello per concorso esterno squaderna una imponente mole di prove della vicinanza tra Dell’Utri e Cosa nostra) arrivano alle fase finali, quando una apposita legge (quella cosiddetta ´d’attuazioneª dell’articolo 68 della Costituzione, che con il contributo del verde Marco Boato dilata a dismisura i privilegi e le immunitý dei parlamentari) si rendono inutilizzabili, nei confronti di deputati e senatori, i tabulati telefonici. Proprio i tabulati erano la prova dei contatti tra Dell’Utri e i falsi pentiti assoldati per azzerare le accuse di mafia. L’accusa si oppone a gettare alle ortiche quelle prove, perchè raccolte comunque prima del provvidenziale arrivo della legge. Il processo è continuato.

Tutto questo non ha impedito a Silvio Berlusconi di candidarlo al Senato, nel collegio più centrale di Milano. Marcello lo aveva confessato in tv: “Mi candido per legittima difesa”. Tra un processo e l’altro, si atteggia a uomo di cultura: il 20 giugno 2003, per esempio, ha inaugurato la Biblioteca del palazzo del Senato, alla presenza del presidente del Senato Marcello Pera e del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Ed è responsabile della scelta dei candidati di Forza Italia per le elezioni politiche del 2006.

Del Pennino, Antonio/Forza Italia

è tra i repubblicani che con Giorgio La Malfa si sono schierati con Berlusconi. In passato è stato vicesegretario nazionale del Pri e più volte parlamentare. Una testimone racconta che a fine anni Settanta Del Pennino era tra i frequentatori delle bische clandestine gestite a Milano da Angelo Epaminonda. Lì era chiamato “Del Pennazzo”. Il 13 maggio 1992, agli albori di Mani pulite, quando era deputato del Pri e capogruppo repubblicano alla Camera, è stato raggiunto da un’informazione di garanzia. L’ ipotesi di reato: ricettazione, per aver ricevuto denaro provento di tangenti. Nel 1993 la Camera ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere per violazione delle norme sul finanziamento pubblico dei partiti: i magistrati di Milano l’avevano richiesta per contributi in denaro che Del Pennino avrebbe ricevuto da fondi neri costituiti presso l’ Associazione industriale lombarda (Assolombarda).

A luglio 1994 Ha patteggiato una pena di 2 mesi e 20 giorni (convertita nella sanzione di 4 milioni) nel processo per le tangenti Enimont. A ottobre 1994 altro patteggiamento: di una pena di 1 anno, 8 mesi e 20 giorni per tangenti relative alla Metropolitana milanese. Il 25 gennaio 2000 la settima sezione penale del tribunale di Milano lo ha prosciolto nel processo per le tangenti Atm, per le forniture di autobus all azienda dei trasporti milanese (in precedenza, lo stesso tribunale aveva respinto una sua richiesta di patteggiamento, perché la pena concordata con il pubblico ministero non era stata ritenuta congrua rispetto alla gravità dei fatti contestati). Alla fine del 2000 Antonio Del Pennino è rientrato nel Pri, giusto in tempo per partecipare al “ribaltino” che ha portato il glorioso partito ad allearsi con Berlusconi.

De Luca, Vincenzo/Ds

Deputato Ds fedelissimo di Massimo D’Alema, è indagato a Salerno per il piano regolatore e gli appalti della centrale termoelettrica.

De Michelis, Gianni/Nuovo Psi

Ha patteggiato a Venezia 1 anno e 6 mesi per corruzione (mazzette autostradali del Veneto) e a Milano 6 mesi per finanziamento illecito (tangente Enimont). Nella Prima Repubblica Ë stato ministro. Era chiamato il “Doge di Venezia”. Una sentenza rimarca che con le tangenti non solo finanziava la sua corrente, ma «alimentava il suo principesco stile di vita sia pubblica sia privata».

De Piccoli, Cesare/Ds

Nei primi anni Novanta fu accusato (e poi prescritto) di aver ricevuto dalla Fiat alcune centinaia di milioni su tre conti in Svizzera: Accademia, Linus, Carassi. Erano tangenti «finalizzate alla campagna elettorale della corrente politica veneta facente capo all’onorevole Massimo D’Alema».

Daniele Farina/Rifondazione comunista

Leader del centro sociale Leoncavallo di Milano. Condannato a 1 anno e 8 mesi per resistenza a pubblico ufficiale e possesso di una molotov. A 10 mesi per scontri in piazza Duomo tra Leoncavallo e servizio d’ordine del sindacato. Condannato a 4 mesi e 20 giorni per l’occupazione del centro sociale.

Fitto, Raffaele/Forza Italia

Ex presidente della Regione Puglia, il 20 giugno 2006 ha ricevuto una richiesta d’arresto per corruzione, falso e illecito finanziamento ai partiti. Ha evitato il carcere soltanto perchŽ parlamentare. È accusato di aver intascato una mazzetta da 500 mila euro dal re della sanitˆ Giampaolo Angelucci, in cambio di un appalto per la gestione di undici case per anziani. L’ex governatore avrebbe anche fatto confluire spot pagati dalla Regione su una tv locale, Telerama, in cambio di appoggio elettorale contro il suo sfidante, Nichi Vendola.

Firrarello, Giuseppe/Forza Italia

Ex democristiano siciliano, andreottiano, è stato accusato di tangenti per l’appalto dell’ospedale Garibaldi di Catania. Nel 1999 la procura chiese anche di poterlo arrestare, ma il Senato negò l’autorizzazione a procedere. Erano circolate trascrizioni di intercettazioni telefoniche che lo accusavano pesantemente, ma ora non ve n’è più traccia: sparite. In una videocassetta, invece, è ancora possibile vedere e sentire il mafioso Enrico Incognito urlare: “Firrarello, anche tu mi hai abbandonato”. Nel 2001, passato dall’Udeur a Forza Italia, è stato rieletto. Per lui è stato chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, turbativa d’asta e corruzione.

Formigoni, Roberto/Forza Italia

Presidente della Regione Lombardia. Ha voluto ad ogni costo (anche contro il parere di Berlusconi) candidarsi al Senato, per assistere da Roma all’eventuale crollo di Silvio e poter gestire l’eventuale disfacimento di Forza Italia. è stato coinvolto in alcune complesse vicende politico-giudiziarie, senza peraltro mai subire condanne.

• Scandalo “ricette d’oro”. Non ha visto né sentito nulla dell’estesissimo sistema di corruzione architettato dal professor Giuseppe Poggi Longostrevi, che negli anni Novanta ha truffato almeno 90 miliardi alla Regione, facendo fare a centinaia di medici ricette false o per prestazioni gonfiate o inutili. Nella motivazione della sentenza che condanna per corruzione 175 medici che avevano accettato il “sistema Longostrevi”, si afferma che la Regione ha favorito la truffa. I giudici hanno così dimezzato i risarcimenti alla Regione, per ´concorso di colpaª: per ´l’inidoneitý, per non dire assenza, dei controlliª. Nessuna responsabilità penale accertata per Formigoni, ma certamente la responsabilità politica di non aver saputo vigilare su un settore da sempre a rischio di corruzione. E responsabilità politica di aver voluto ai vertici della sanità regionale – prima come suo consulente, poi come assessore alle Politiche sociali – Giancarlo Abelli, amico di Longostrevi e sua sponda politica in Regione.

• Discarica di Cerro. Roberto Formigoni ha ricevuto un avviso di garanzia il 14 luglio 2000, per la gestione della discarica di Cerro Maggiore, per la quale era già stato condannato Gianstefano Frigerio, che aveva ricevuto una tangente da 150 milioni da Paolo Berlusconi. Nel 1995, quando scoppiò in Lombardia la cosiddetta “emergenza rifiuti”, Formigoni indirizzò a Cerro (che avrebbe invece dovuto chiudere) tutta la spazzatura regionale e si impegnò a pagare al proprietario, Paolo Berlusconi, 300 milioni al giorno per altri due anni. Nel 1999 ci fu un accordo per bonificare la discarica. Il compito spettava ai proprietari, Berlusconi e soci, che in cinque anni d’attività avevano realizzato, secondo un rapporto della Guardia di finanza, “ricavi effettivi per almeno 240 miliardi”. Invece Formigoni fece pagare la bonifica a un’altra azienda, in cambio del permesso per aprire un supermercato sull’area della discarica. Nel corso delle indagini è emerso anche un appunto scritto a mano, il verbale di una riunione tenutasi a Milano 2 alla presenza di Paolo Berlusconi e degli altri soci della discarica. Il foglietto parla della costituzione, attraverso false fatture, di fondi neri all’estero per oltre 10 miliardi, preparati per pagare in nero nuove discariche e tangenti ai politici. Sul foglietto sono indicate anche alcune cifre (“500 milioni”, “200 milioni”…) con accanto nomi o abbreviazioni (“Form”, “Pozzi”…). Chi è”Form”?

• Lombardia Risorse. Formigoni è stato indagato per la gestione della società regionale Lombardia Risorse (un fallimento da 22 mila miliardi).

• Fondazione Bussolera-Branca. Formigoni è stato indagato e poi rinviato a giudizio, su richiesta dei magistrati Alberto Robledo e Fabio De Pasquale, per abuso patrimoniale d’ufficio nella gestione della Fondazione Bussolera-Branca, che gestiva un patrimonio di 170 miliardi, poi dirottati dai suoi amministratori verso impieghi diversi da quelli voluti dal fondatore (la valorizzazione del patrimonio rurale dell’amato Oltrepò pavese). Da questa vicenda giudiziaria è uscito penalmente pulito. Restano i fatti: la fondazione è stata strappata ai suoi gestori (il professor Lancellotti), spolpata e svuotata, con l’assenso della Regione. Formigoni partecipa nell’aprile 1999 a una cruciale riunione con l’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Fiori, il funzionario Maurizio Sala, oltre naturalmente al suo braccio destro, Nicola Maria Sanese, potentissimo direttore generale lombardo. Dopo la riunione, la Regione emette quattro delibere: alla fondazione Bussolera-Branca è imposto di rinunciare a tutte le cause che aveva avviato per difendersi dagli attacchi; poi di modificare lo statuto per far entrare nel consiglio d’amministrazione due nuovi consiglieri, Giulio Boscagli, cognato di Formigoni, e Niccolò Querci, all’epoca segretario particolare di Silvio Berlusconi e ora deputato di Forza Italia.

• Oil for food. Formigoni Ë citato nei rapporto americani come il destinatario di contratti petroliferi per 24,5 milioni di barili di greggio, assegnati a prezzi di favore dal regime iracheno di Saddam Hussein. Per questa vicenda sono indagati a Milano il collaboratore e consulente di Formigoni, Marco De Petro, e il segretario particolare e braccio destro Fabrizio Rota.
Franzoso, Pietro/Forza Italia

Imputato di voto di scambio in Puglia.

Frigerio, Gianstefano/Forza Italia

Ex leader della Dc, diventato uno degli strateghi di Forza Italia. Un nome, una garanzia. Già, ma qual è il nome? Nel collegio dove Silvio Berlusconi l’aveva candidato nel 2001, in Puglia, è Carlo Frigerio, com’era scritto sui manifesti. A Milano, dove da decenni fa politica, è Gianstefano. Eppure è sempre lui: come segretario regionale della Dc in Lombardia (e cassiere occulto del partito) ha incassato decine di tangenti, è stato arrestato tre volte tra il 1992 e il 1993, è stato coinvolto in molti processi. è accusato di aver accettato mazzette per le discariche lombarde, per il depuratore di Monza, per gli appalti alle Ferrovie Nord. Alcune tangenti le ha ammesse, pur minimizzando il proprio ruolo.

Ha confessato, per esempio, di aver ricevuto 150 milioni da Paolo Berlusconi, in cambio dei permessi alla Fininvest per gestire la discarica di Cerro Maggiore.
Ha accumulato tre condanne definitive: 1 anno e 4 mesi per finanziamento illecito ai partiti, 1 anno e 7 mesi per finanziamenti illeciti e ricettazione, 3 anni e 9 mesi per corruzione e concussione. Ciò nonostante, dopo aver lasciato la Dc si è inventato una nuova vita come consigliere personale di Silvio Berlusconi e influente membro di Forza Italia, di cui dirige il centro studi. Mentre i giudici dell’esecuzione stavano esaminando le sentenze definitive che pesano su di lui per decidere il cumulo della pena da scontare, Gianstefano scompare e ricompare, in Puglia, Carlo: lì si è conquistato un bel seggio in Parlamento. Il 31 maggio 2001, primo giorno di riunione della nuova Camera dei deputati, Frigerio è stato arrestato.

Doveva scontare in definitiva una pena di 6 anni e 5 mesi. Affidato poi ai servizi sociali, ha avuto il permesso dal giudice di sorveglianza di frequentare il Parlamento per qualche giorno al mese: come pratica di riabilitazione (ma il giudice forse non conosceva il tasso di devianza di quell’ambiente…). Così Frigerio, che fuori dal Parlamento non poteva votare perchè colpito da una pena accessoria che gli inibiva temporaneamente i diritti di voto, dentro la Camera ha votato e deciso le leggi per tutti gli italiani. Ora, beneficato dal rapporto strettissimo con Berlusconi, malgrado tutto e tutti tornerý in Parlamento.

Giudice, Gaspare/Forza Italia

Nel 1998, quando era vicecoordinatore per la Sicilia di Forza Italia, la procura di Palermo chiese il suo arresto per complicità con la mafia. Silvio Berlusconi commentò: “Essendo Giudice vicecoordinatore di Forza Italia in Sicilia e avendo avuto quindi rapporti con l’onorevole Gianfranco Micciché, non si può neppure immaginare alcun alone di dubbio intorno a lui, perché altrimenti non avrebbe potuto avere quell’incarico”. Secondo l’accusa, Giudice era al diretto servizio della cosca mafiosa di Caccamo, i cui uomini si vantavano di averlo fatto eleggere e gli telefonavano fin dentro il palazzo di Montecitorio per ricordargli la sua dipendenza e per ordinargli che cosa doveva fare: “Gasparino, guarda che siamo stati noialtri a metterti lì”, gli ripetevano.

Gli elementi raccolti dall’accusa erano tali da far escludere alla giunta parlamentare per le autorizzazioni a procedere che ci fosse fumus persecutionis nei confronti del parlamentare. Perfino il “supergarantista” Filippo Mancuso, in giunta, non aveva avuto nulla da eccepire contro la richiesta dei magistrati. Eppure la Camera dei deputati il 16 luglio 1998 bocciò (303 voti a 210, con 13 astenuti) la richiesta d’arresto. Non solo, i deputati sottrassero al giudice elementi di prova: impedirono (287 voti a 239, con 3 astenuti) l’utilizzo processuale dei tabulati Telecom, quelli da cui erano documentati i rapporti e la dipendenza di Giudice dagli uomini delle cosche.

Settimio Gottardo/Udc

Ex sindaco di Padova, ha patteggiato una pena di 17 mesi: era accusato di corruzione per una tangente sulla costruzione del nuovo palazzo di giustizia. La deputata Annamaria Leone ne chiese la sospensione “per gravi violazioni dei doveri morali”: Leone non Ë stata ricandidata alla Camera, Gottardo entrerý in Senato.

Greco, Maria Stella/Udc

Più nota cone Madame Stella, astrologa e cartomante, esperta in cuori solitari e filtri d’amore. Sotto inchiesta per aver imbrogliato alcuni clienti. Ora è eletta all’Assemblea regionale siciliana.

Grillo, Luigi/Forza Italia

Senatore della Repubblica. Eletto in Liguria, nel collegio di Chiavari. Ex democristiano, nel 1994 sedeva in Parlamento tra i banchi del centrosinistra, ma saltò (nomen omen) nel centrodestra, permettendo a Silvio Berlusconi di avere la maggioranza per formare il suo primo governo (e avendo in premio una poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio). Nel 2001 è stato rieletto per Forza Italia. Appena messo piede in Senato, il primo giorno d’attività di Palazzo Madama, ha ricevuto un invito a comparire spedito dalla procura di Milano: per una vicenda che risale a quando Grillo era sottosegretario di un governo di centrosinistra e permise l’affidamento di una consulenza miliardaria per uno studio sull’Alta velocità ferroviaria in Liguria. L’ipotesi di reato su cui la procura di Milano indaga è truffa aggravata.

Nel 2003 si distingue in Senato proponendo un emendamento alla legge Gasparri sulle tv che toglie le telepromozioni dal mazzo dell’affollamento orario degli spot pubblicitari, regalando cosÏ a Mediaset parecchi miliardi. è stato il pi~ grande sostenitore del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, anche durante le scorribande fatte nell’estate 2005 dai “furbetti del quartierino”. Ripagato con generosi fidi della Banca popolare di Lodi.

La Loggia, Enrico/Forza Italia

Indagato al Tribunale dei ministri per finanziamenti dalla Parmalat di Calisto Tanzi (100 mila euro) in cambio di presunte “consulenze”.

La Malfa, Giorgio/Forza Italia

Deputato della Repubblica. Ex segretario del Pri ai tempi della “prima repubblica”, ha portato il suo partito ad aderire alla Casa delle libertà. è stato condannato con sentenza definitiva a 6 mesi per aver percepito finanziamenti illeciti, provenienti dalla maxitangente Enimont.

Letta, Gianni/Forza Italia

Non è un parlamentare, ma è stato addirittura il candidato del centrodestra alla più alta carica dello Stato, la presidenza della Repubblica. Poi è diventato il candidato di Romano Prodi alla presidenza della Figc, per salvare il calcio italiano. Ma Gianni Letta è soprattutto l’uomo della lobby del Biscione, il pettinatissimo cardinale al servizio di Berlusconi che per anni intesse i rapporti con la politica.

Letta, come vicepresidente della Fininvest, nel 1990 aveva accompagnato amorevolmente nei corridoi del Parlamento il cammino della legge Mammì e il relativo piano delle frequenze. Poi nel 1993 era stato indagato per corruzione dalla procura di Roma che ne aveva chiesto addirittura l’arresto. Il gip Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, si era spogliata del caso perché “amica di famiglia” di Letta (Vespa aveva infatti iniziato la sua carriera al “Tempo” di Angiolillo, esattamente come Letta). L’inchiesta era stata poi archiviata, ma con motivazioni non proprio esaltanti per Letta.

Poi, quando Berlusconi entra direttamente in politica, diventa il suo braccio destro, il potente e silenzioso sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ma c’è anche un prima. Un’inchiesta era stata scippata, negli anni Ottanta, alla procura di Milano dal porto delle nebbie romano: quella di Gherardo Colombo sui fondi neri dell’Iri, nella quale l’allora direttore del “Tempo” Gianni Letta aveva ammesso, nel dicembre 1984, di aver ricevuto 1 miliardo e mezzo di lire in nero dall’ente statale per ripianare i buchi del suo disastrato giornale. Un giornale che, scrissero Scalfari e Turani in “Razza padrona”, era “in vendita ogni giorno, e non solamente in edicola”.

Letta-Letta, come lo chiamava Sergio Saviane, passò poi alla corte del Cavaliere nella doppia veste di gran ciambellano nei palazzi della politica e di conduttore tv su Canale 5: le sue interviste ai boss democristiani e socialisti sotto la sigla “Italia domanda”, tutte sorrisetti e moine, rimasero per anni un capolavoro di lecchinaggio ineguagliato.
Malvano, Franco/Forza Italia

Ex questore di Napoli, Ë sotto inchiesta per concorso esterno in associazione camorristica.

Mannino, Calogero/Udc

Condannato in appello a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Poi la Cassazione ha annullato la sentenza per difetto di motivazione e ha disposto un nuovo appello. Mannino però ha invocato la legge Pecorella, che abolisce l’appello in caso di proscioglimento.

Maroni, Roberto/Lega nord

Deputato della Repubblica. Eletto nel collegio di Varese. Leghista, ex ministro dell’Interno nel primo governo Berlusconi. E’ coinvolto in tre inchieste giudiziarie. Per gli scontri con la polizia, inviata a perquisire la sede della Lega a Milano, è stato condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Come capo delle “camicie verdi”, è stato indagato dalla procura di Verona per reati come attentato contro l’integrità dello Stato. Infine, la procura di Roma lo ha indagato per favoreggiamento di una presunta compravendita di voti. Candidato al ministero della Giustizia nel governo Berlusconi, ha dovuto farsi da parte, tra le polemiche. Ma è comunque diventato ministro al Welfare.

Martinat, Ugo/Alleanza nazionale

Viceministro delle Infrastrutture, è indagato a Torino per turbativa d’asta e abuso nelle gare d’appalto per le Olimpiadi di Torino e per la Tav in Valsusa. Secondo un’inchiesta dei magistrati di Torino, infatti, avrebbe ricevuto soldi per il suo partito dal costruttore Vincenzo Procopio, che aveva appena vinto il primo appalto per i lavori in Valsusa. Il 19 marzo 2004 parte a favore di An un bonifico di 23 mila euro. «Procopio mi ha detto di fare un versamento ad An, dicendo che il partito aveva bisogno di fondi», racconta, intercettato, l’uomo che si era occupato materialmente dell’operazione. La conferma arriva poi dalla stessa segreteria di Martinat: il 7 maggio 2004 Alfredo Calvani, dello staff del ministro, chiama Procopio e gli conferma che il bonifico è arrivato.

Mastella, Clemente/Udeur

Ex democristiano, si presentò insieme a Pierferdinando Casini alla prima udienza del processo per mafia ad Andreotti, a Palermo. Era presente (come testimone di nozze) anche al matrimonio di Francesco Campanella, il mafioso di Villabate che aiutò Provenzano a operarsi a Marsiglia. Ora è ministro della Giustizia: viste le pendenze di molti nel suo partito, un ministro omeopatico.

Matteoli, Altero/Alleanza nazionale

Il ministro dell’Ambiente è indagato a Genova per rivelazione di segreto e favoreggiamento nei confronti dell’ex prefetto di Livorno: lo avrebbe avvertito delle indagini a suo carico sugli abusi edilizi all’isola d’Elba.

Moffa, Silvano/An

Indagato per corruzione e abuso d’ufficio in una vicenda d’insediamenti industriali a Colleferro. Nel suo collegio Ë stato interdetto.

Nania, Domenico/Alleanza nazionale

Condannato in primo grado per gli abusi edilizi della sua villa a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia.

Pili, Mauro/Forza Italia

Ex presidente della Regione Sardegna, Ë indagato a Cagliari per peculato.

Pisanu, Giuseppe/Forza Italia

Democristiano di lungo corso, è stato per anni deputato dc e sottosegretario al Tesoro e alla Difesa nei governi del pentapartito. Nel secondo governo Berlusconi, dopo un’eclissi durata un decennio, torna sulla scena e diventa finalmente ministro: di un nuovo dicastero che si chiama “Attuazione del programma di governo”: una sorta di musiliana “Azione Parallela”. Quando poi il suo collega di governo Claudio Scajola è costretto alle dimissioni (dopo aver definito Marco Biagi «un rompicoglioni»), Pisanu prende il suo posto: ministro dell’Interno.

L’eclissi è causata da una storia che ha a che fare con il Banco ambrosiano. Nell’estate 1981, Pisanu, sardo e amico di Armando Corona (che poi diventerà Gran Maestro della massoneria) conosce in Sardegna il banchiere Roberto Calvi (tessera P2 numero 1624). L’uomo che fa incontrare Calvi e Pisanu è Flavio Carboni, faccendiere sardo che era in contatto con un imprenditore milanese che voleva fare affari in Sardegna: Silvio Berlusconi (tessera P2 numero 1816). Pisanu è il padrino politico di Carboni, che presenta come un «interlocutore valido per le forze politiche richiamantesi alla stessa aspirazione, cioè quella cattolica».

Dichiara Pisanu al magistrato titolare dell’indagine su Calvi e il suo Banco Ambrosiano: «Il Carboni si diceva congiuntamente interessato alle televisioni private in Sardegna: ciò in un’ottica di inserimento nella regione del circuito televisivo Canale 5, facente capo al signor Silvio Berlusconi di Milano. Il Carboni mi spiegò che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 alla Sardegna, talché lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete televisiva sarda, Videolina. Sempre riferendosi all’oggetto delle sue attività, il Carboni mi disse di essere in affari con il signor Berlusconi non solo con riferimento all’attività televisiva, ma anche con riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato “Olbia 2″. Fin dall’inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna e che peraltro mostrava di avere vari interessi e vari contatti con persone qualificate» (Testimonianza Pisanu al pm Dell’Osso).

Poi Carboni ebbe vari guai giudiziari. Girò assegni del Banco Ambrosiano agli usurai della Banda della Magliana. Subì arresti e condanne. Ma almeno fino alla primavera 1982 restò in stretto contatto con Giuseppe Pisanu che, mentre era sottosegretario al Tesoro, si interessò attivamente della vicenda Calvi-Ambrosiano. Nei mesi frenetici che precedono la scoperta della bancarotta dell’Ambrosiano e la fuga all’estero di Calvi, Pisanu incontra Calvi per quattro volte, sempre accompagnato da Carboni. L’ultimo appuntamento avviene il 22 maggio 1982, quando Pisanu vola a Milano sull’aereo di Carboni. Poi, il 6 giugno, il sottosegretario risponde in Parlamento ad alcune interrogazioni sulla situazione della banca di Calvi, dopo che erano ormai filtrate voci sulla drammatica crisi finanziaria che stava attraversando. Pisanu risponde tranquillizzando: la situazione è normale; il sottosegretario non accenna minimamente alla gravissima situazione debitoria in cui versa il Banco Andino, controllato dall’Ambrosiano.

Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, dichiarerà Angelo Rizzoli (restando però senza conferme): «A proposito dell’Andino, Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell’onorevole Pisanu in Parlamento l’aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni». Dopo lo scandalo P2 e il crac Ambrosiano, nel gennaio 1983 Pisanu è indotto a dimettersi da sottosegretario al Tesoro. «A causa di fatti incontrovertibili», secondo una dichiarazione del deputato radicale Massimo Teodori al Corriere della sera: «I rapporti strettissimi e continuativi fra Pisanu e Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi tramite Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni per la sistemazione del Corriere della sera; i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni quando, sottosegretario al Tesoro, il ministro prendeva importanti decisioni sull’Ambrosiano» (Corriere della sera, 22 gennaio 1983).

Il 18 luglio 1982 Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte di Londra. Pisanu, dopo le sue dimissioni, scomparve per molto tempo dalla scena. Ricompare nel 1994, quando torna in Parlamento e diventa vicecapogruppo dei deputati di Forza Italia: lasciata la Dc, si è schierato con il partito di Berlusconi, ex socio d’affari del suo protetto Carboni. E Berlusconi, nel 2001, pur di dargli una poltrona da ministro, inventa il curioso dicastero dell'”Attuazione del programma”. Accanto, alle riunioni di governo, ha il più feroce dei suoi accusatori, ai tempi della vicenda Calvi: Mirko Tremaglia.

I sardi sanno che Beppe Pisanu (originario di Ittiri, Sassari) è sempre stato molto riconoscente con compaesani, amici e parenti che lo hanno sostenuto nella lunga carriera politica. E che tiene molto alla carriera dei figli. Ne ha tre. Gigi fa l’avvocato ed è consigliere di Forza Italia al Comune di Sassari. Angelo è oggi nella segreteria nazionale di Forza Italia, dopo essere stato candidato nel 2005 in Lazio nello (sfortunato) listino di Francesco Storace. Alessandra Mussolini, vittima degli spioni provati legati a Storace, ha dichiarato: “Il ministro metta suo figlio a indagare, visto che sta con Storace”.

Il terzo figlio, Gianmario, è partner della multinazionale della consulenza Accenture, coinvolta nell’appalto affidato a trattativa privata a Telecom per la sperimentazione dello scrutinio elettronico in quattro regioni italiane alle elezioni politiche del 9 aprile 2006.

Beppe Pisanu in persona è stato interrogato, l’ottobre 2005, dalla procura di Cagliari: a proposito di un presunto giro di favori nel corso dell’inchiesta sulla maxi-truffa Ranno-Fideuram per corruzione, peculato, truffa e riciclaggio. Il nome di Pisanu padre, che non risulta indagato, è saltato fuori assieme a quello di Pisanu figlio ­ Angelo ­ durante l’interrogatorio a Gabriella Ranno, la promotrice finanziaria accusata numero uno dello scandalo: «Il titolare del dicastero dell’Interno si è interessato perché il piano triennale Fideuram andasse a buon fine», ovvero premendo affinché diversi enti regionali accettassero investimenti a tassi favolosi (fino al 20 per cento del capitale speso), in cambio di «incarichi per il cognato, il fratello e il figlio».

Nei dettagli, ha raccontato Ranno, «Angelo Pisanu è stato assunto in Fideuram nel 1998, su mia esplicita richiesta. Il fratello e il cognato del ministro, ho poi saputo, sono entrati nel consiglio d’amministrazione del Cis», il Credito industriale sardo, ora confluito in Banca Intesa. La spartizione dei pani e dei pesci, a detta di Ranno, sarebbe avvenuta a Roma nell’ottobre 1998, prima a casa Pisanu, in un incontro con i figli Angelo e Gigi, poi, la sera, a una cena nel ristorante Il bolognese: «Eravamo io, Andrea Pirastu, Beppe e Annamaria» (Annamaria è la moglie del ministro, già madrina della promotrice finanziaria; Pirastu è l’ex assessore all’Industria). Il tutto alla vigilia della campagna elettorale regionale del 1999, per il cui foraggiamento, secondo le dichiarazioni dell’accusata, «la banca si è avvalsa di fondi che i promotori hanno raccolto in nero e depositato nella nostra sede svizzera di Lugano, da dove poi rientravano in Italia», sotto forma di tangenti «per finanziare Forza Italia».

Previti, Cesare/Forza Italia

Avvocato personale di Silvio Berlusconi, ha ereditato l’incarico professionale dal padre, che aiutò il giovane Silvio a fondare la Fininvest, in un turbine di strane società svizzere e di anonime fiduciarie. è dunque uno dei consulenti che conoscono i segreti delle origini di Berlusconi. Nato a Reggio Calabria, crebbe professionalmente nello studio del padre, a Roma. Pur non avendo mai rinnegato le sue origini politiche neofasciste, nel 1994 Berlusconi gli chiese di “scendere in campo” con Forza Italia e lui accettò un posto al Senato prima e un ministero poi.

E’ stato condannato, in appello, a 5 anni per corruzione del giudice Squillante e a 7 anni per corruzione del giudice Metta nel caso Imi-Sir. Berlusconi gli ha affidato la direzione dei “Legionari azzurri”, che dovranno vigilare perchè la sinistra non compia brogli elettorali. Ora sconta la pena agli arresti domiciliari, grazie a una legge su misura.
Rigoni, Andrea/Margherita

Condannato a 8 mesi in primo grado per abusi edilizi all’Isola d’Elba.

Romani, Paolo/Forza Italia

Deputato di Forza Italia fin dal 1994, è coordinatore del partito di Berlusconi in Lombardia ed è stato presidente della commissione parlamentare sulle Comunicazioni e membro della commissione di vigilanza sulla Rai. Ma Paolo Romani è un pioniere delle tv private. A metà degli anni Settanta aveva messo in piedi, con Marco Taradash, Tele Livorno. Era stato vicino a Nichi Grauso, in Sardegna, ai tempi eroici di Videolina. Era diventato editore di Millecanali, rivista specializzata per l’emittenza radiotelevisiva. Negli anni Ottanta aveva lavorato per Alberto Peruzzo al lancio di Rete A. Poi lo aveva chiamato Salvatore Ligresti a guidare Telelombardia, da cui era uscito per mettersi in proprio, con Lombardia 7 Tv. La sua rete aveva acquistato una certa notorietà: produceva un telegiornale, aveva una redazione di cinque giornalisti; ma il programma forte di Lombardia 7 era Vizi privati, strip caserecci condotti da una scatenata Maurizia Paradiso. Con l’ingovernabile Maurizia, Romani finisce per litigare e la leggenda dice che lo scontro sia stato fisico e doloroso.

In politica Romani, che era un giovane liberale, resta folgorato sulla via di Arcore e nel 1994 segue Berlusconi in Forza Italia. È subito eletto deputato. Si trasferisce a Roma, abbandona la tv al suo destino e, almeno formalmente, nel 1996 la cede. Ha venduto davvero? Nel mondo delle private c’è chi ne dubita, chi sussurra di falsa vendita, di accordi di portage. Un giovane giornalista che ha lavorato a Lombardia 7 racconta che almeno fino al 1997 Romani veniva n visita alla tv ed era ancora considerato il «padrone» a tutti gli effetti. E certamente resta, almeno fino al 12 gennaio 1998, legale rappresentante di Lombardia Pubblicità, di cui continua a essere azionista.

Fatto sta che, nel dicembre 1997 i nuovi padroni risolvono a loro modo il problema dei debiti. Smembrano la tv: i debiti li lasciano alla vecchia società, che viene posta in liquidazione e si avvia serena verso il fallimento; la parte sana (con le frequenze) viene invece venduta per circa 3,5 miliardi di lire a una società, Telegestioni srl, controllata dagli stessi venditori. Alla nuova gestione stanno a cuore solo due cose: le frequenze, bene prezioso che prima o poi si vende bene (e infatti nell’estate 2003, le frequenze di Lombardia 7 stavano per essere vendute a carissimo prezzo alla Rai di Flavio Cattaneo e solo l’intervento di Lucia Annunziata, allora presidente della Rai, ha bloccato l’operazione); e la pubblicità, attraverso cui, con un giro di fatture false o gonfiate, si ricavano parecchi miliardi (almeno 81 tra il 1997 e il 2001). Nel 1999 Lombardia 7 fallisce, lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire.

E Paolo Romani? Viene indagato per bancarotta fraudolenta e false fatture. Il pubblico ministero di Monza chiede il suo proscioglimento, perché Romani è uscito dalla società prima che questa precipitasse nel crac. Il giudice preliminare impone però l’imputazione coatta per bancarotta preferenziale: anche lui avrebbe contribuito a mandare in malora la sua tv, anzi sarebbe stato lui a iniziare la valanga, perché prima di lasciare agli amici la patata bollente, tra il 1994 e il 1996 ha prelevato dalle casse della sua tv circa un miliardo di lire, condannandola al fallimento. Scrive il giudice: «Già nel marzo 1994 Lombardia 7 Tv Srl ha accumulato un debito imponente e lotta sostanzialmente per sopravvivere, ricorrendo ai tipici espedienti della società in stato di predecozione, quali il mancato pagamento di tasse e contributi allo scopo di tirare comunque avanti. Pacifica è l’impossibilità per la società di fronteggiare le proprie obbligazioni attraverso gli ordinari strumenti di pagamento. Nonostante ciò, proprio da quel periodo in poi, Romani si fa versare dalla fallita somme tali da consentirgli non solo di recuperare i propri conferimenti, ma anzi da determinare un credito in favore di Lombardia 7 Tv Srl».

L’udienza preliminale termina però con un pieno proscioglimento: per Romani niente bancarotta. Il suo nome è anche nell’elenco dei politici che ricevono generosi finanziamenti dalla Banca popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani. In effetti Romani ha bisogno di soldi: sta pagando circa 400 mila euro come risarcimento al curatore fallimentare di Lombardia 7.

Romano, Saverio/Udc

Sottosegretario al Lavoro, indagato e poi prosciolto nel caso Guttadauro-Cuffaro per mafia e corruzione, è di nuovo sotto inchiesta per concorso esterno a Cosa nostra, dopo le accuse del pentito Francesco Campanella.

Sodano, Calogero/Udc

Senatore della Repubblica. Eletto ad Agrigento. Membro del Ccd (ora Udc), è stato sindaco di Agrigento. Ha subito una condanna definitiva a 1 anno e 6 mesi per abuso d’ufficio finalizzato a favorire i costruttori abusivi in cambio di favori elettorali. Con Sodano sono stati condannati a un anno di reclusione anche alcuni suoi ex assessori. Gli imputati, secondo l’accusa, non avrebbero posto in essere né provvedimenti né iniziative per bloccare l’abusivismo edilizio tra il 1991 e il 1998, non solo nella Valle dei Templi, ma in tutta la città. Imputato in un altro processo per irregolaritý urbanistiche in contrada Favara e nella realizzazione di un depuratore, ha cercato, invano, di bloccare il dibattimento appellandosi alla legge Cirami.

Sterpa, Egidio/Forza Italia

Deputato di Forza Italia. Dirigente del vecchio Partito liberale, Ë stato condannato a 6 mesi in via definitiva per la tangente Enimont.

Storace, Francesco/An

Ex presidente della Regione Lazio e poi ministro della Salute, ha dovuto dimettersi perchè coinvolto nello scandalo delle intercettazioni e dello spionaggio illecito ai danni di Piero Marrazzo, Alessandra Mussolini e Giovanna Melandri, suoi avversari alle elezioni regionali del 2005. Per questa vicenda, è indagato anche per associazione a delinquere.

Visco, Vincenzo/Ds

Deputato della Repubblica, ex ministro Ds. Condannato definitivamente dalla Cassazione nel 2001 per abusivismo edilizio, per via di alcuni ampliamenti illeciti nella sua casa a Pantelleria: 10 giorni di arresto e 20 milioni di ammenda. Pi(TM) lí”ordine di riduzione in pristino dei luoghiî. CioË la demolizione delle opere abusive.

Vito, Alfredo/Forza Italia

Deputato della Repubblica, Forza Italia. Eletto in Campania. Noto ai bei tempi della Prima Repubblica come “Mister centomila preferenze” della Democrazia cristiana, ora è parlamentare della Casa delle libertà. Ex impiegato dell’Enel, si buttò in politica, nella Dc, con grande impegno. Si dice che nel suo ufficio elettorale riuscisse a ricevere più di 200 persone al giorno. Il soprannome se lo guadagnò con i risultati elettorali conseguiti nel 1985, 1987 e 1992: fu eletto prima al Consiglio regionale della Campania (con 120 mila voti), poi alla Camera dei deputati (con 160 mila voti) e infine di nuovo al Parlamento (con 104 mila preferenze). Poi arrivò Mani pulite: fu indagato, arrestato e processato per tangenti. Condanna definitiva e 2 anni patteggiati e oltre 4 miliardi di lire restituiti per 22 episodi di corruzione a Napoli. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli chiese al Parlamento l’autorizzazione a procedere contro di lui anche per concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, sospettando suoi rapporti con la Camorra (fu poi prosciolto).

Dopo le accuse, Alfredo Vito indossò il saio del pentimento: “Torno alla mia famiglia; con la politica ho chiuso”. Scrisse: “Lascio il mio vecchio partito, la Dc, e invito tutti i parlamentari inquisiti a seguire il mio esempio: fatevi da parte, perché solo così si potrà procedere al rinnovamento dei partiti e della classe politica”. Patteggiò la condanna e restituì parte del malloppo. Quei quasi 5 miliardi sono stati impiegati per costruire un parco pubblico alla periferia di Napoli, ribattezzato dalla fantasia popolare “Parco Mazzetta”. Ma non ha mantenuto la promessa di stare lontano dalla politica: ha riallacciato i contatti di un tempo, ha riaperto un ufficio a Roma ed è tornato in attivitý con la Nuova democrazia cristiana (fondata nel 2000 insieme con Flaminio Piccoli). Nel 2001 è stato accolto a braccia aperte nella Casa delle libertà, che lo ha portato in Parlamento.

Vizzini, Carlo/Forza Italia

Senatore della Repubblica. Eletto in Sicilia. Palermitano, ex segretario del Psdi, cinque volte deputato (la prima a soli 28 anni), tre volte ministro, è stato responsabile tra l’altro del dicastero delle Poste e di quello della Marina. Nel 1993 è rimasto coinvolto nello scandalo Enimont con l’accusa di aver ricevuto un finanziamento illecito di 300 milioni. Condannato in primo grado, in appello strappa una prescrizione. Fu assolto dal Tribunale dei ministri anche dall’accusa di aver ricevuto mazzette mentre era al ministero delle Poste. Giovanni Brusca ha incluso il suo nome nella lista di politici che la mafia voleva far fuori dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Nel giugno del 1999 Vizzini, amico di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri, è entrato nel Consiglio di presidenza di Forza Italia. Nel 2001 ha vinto il confronto elettorale nel collegio senatoriale di Palermo centro.

Valentino, Giuseppe/Alleanza nazionale

Sottosegretario alla Giustizia del governo Berlusconi, è indagato in Calabria in relazione “a condotte attinenti gli interessi della criminalitý organizzata nel settore dei finanziamenti pubblici, degli appalti, delle infiltrazioni nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione”. Il suo nome Ë anche presente nelle indagini sulle scalate bancarie dell’estate 2005, indicato come uno dei politici che erano punto di riferimento per il banchiere Gianpiero Fiorani.

Fabio Rainieri /parlamentare Lega Nord

PARMA (Reuters) – Fabio Rainieri è stato rinviato oggi a giudizio dal gup del tribunale di Parma con l’accusa di false fatturazioni. Lo riferiscono fonti giudiziarie, aggiungendo che il deputato dovrà comparire davanti al giudice di Fidenza (Pr) il prossimo 22 ottobre 2010. L’inchiesta risale a sei anni fa e riguarda accertamenti fiscali nei confronti di un’azienda agricola nel Modenese consociata a una cooperativa nel Parmense di cui all’epoca era presidente Rainieri.Dagli accertamenti sarebbe emerso un presunto giro di fatturazioni false e il gup oggi ha deciso il rinvio a giudizio per Rainieri, segretario della commissione Agricoltura alla Camera.

14 commenti

  1. …alla velocità con la quale commettono reati i nostri “beneamati” politici servirebbe un’intera redazione per soddisfare la tua richiesta..

  2. molto interessante. Farei anche l’elenco dei giudici e dei manager pubblici inquisiti!!! Sono tanti!!!
    Poi farei un elenco dei responsabili dei maggiori buchi nelle amministrazioni pubbliche quali ospedali ed enti vari come l’albo dei segretari comunali.

  3. Queste persone siamo noi.
    Fino a che NOI non cambieremo, LORO continueranno ad essere votate e pensionate.
    Dobbiamo NOI imparare a scegliere, a cominciare dal detersivo del supermercato …

  4. TUTTI QUESTI DISONESTI DELINQUENTI POLITICI SI TROVANO ANCORA NEL NOSTRO, PARLAMENTO DELLA COSTITUZIONE, DEMOCRATICA DELLA REPUBBLICA… ITALIANA E DI CHI’E’ LA COLPA E DEL POPOLO…. CHE DA PI’U’ DI 60 ANNI SI SONO SEMPRE FIDATI DI QUESTI, CRIMINALI……E ANCORA SI FIDANO SPECIALMENTE DEL CRIMINALE BERLUSCONI… COLUI CHE AVUTO PI’U DI 107 PROCESSI E CONDANNE E STA’ ANCORA IN POLITICA…..

  5. Al minimo sospetto, sospesi fino alla sentenza finale. Se condannato radiato a vita dalla politica. P.s. il politico deve essere giudicato dal giudice non dal parlamento.speriamo.

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